Posto ai piedi del Frontal, a poco meno di 600 metri di altitudine, il Santuario della Madonna del Covolo è sempre stato il luogo di culto cristiano più caro popolazione della Pedemontana del Grappa, come attesta pure la suggestiva località dei Tre Busi, raggiungibile attraverso una piacevole passeggiata di pochi minuti fino al fondale di una stretta vallata.
La prima fondazione dell’oratorio, orientato da nord a sud, con il fianco addossato ad un’ampia e un tempo più prominente parete rocciosa, risale probabilmente alla seconda metà del XII secolo, per ricordare l’apparizione della Vergine ad una pastorella sordomuta della famiglia Vaccaro, che ancor oggi conserverebbe una statua lignea detta Madonna dei Vaccari, secondo la tradizione, scolpita non molto dopo l’apparizione. Forse un ex voto ligneo del 1750 riproduce la sagoma originaria del santuario: una chiesa piuttosto piccola, di linea semplice, armonizzata con l’ambiente incontaminato circostante. La tradizione sostiene che, essendo impossibile la fabbrica sotto quello scoglio [spuntone roccioso], [dell’oratorio] se ne tracciarono le fondamenta in un dolce declivo e ben presto se ne depose la prima pietra: si tratterebbe dell’odierno Capitelo su in Nogarè, risalente al XII secolo con sensibili trasformazioni seicentesche che presentava, prima del crollo parziale di questi ultimi anni, una composizione architettonica in pietra, ad arco rialzato con chiave e sorretto da due pilastri pure di pietra, ospitante all’interno un affresco di soggetto mariano che copriva tutte le tre pareti interne. Intensamente legata alla vita religiosa del paese, la chiesa del Covolo è governata da un’antica e influente Confraternita o Scuola della Beata Vergine del Covolo, già operante nel XV secolo e di origini antiche. Il santuario nella sua forma attuale si deve al disegno di Antonio Canova, iscritto alla Confraternita nel 1799, e si erige nell’arco di cinque anni, dal 1804 (con la redazione del progetto) al 1809. Ne è esecutore, sotto la direzione dell’eccezionale progettista, il crespanese Gio:Batta Zardo detto Fantolin, cugino e intimo dello scultore. Lo Zardo lavora personalmente al progetto proprio nello studio romano di Canova ed è quindi in grado di interpretare i desideri e i gusti del maestro. L’ispirazione viene al Canova dal Pantheon di Roma e non a caso: nel pensiero dell’ideatore l’imitazione del modello classico mira a rispettare la sagoma primitiva del più antico oratorio del Covolo, che sembra essere stata di forma rotonda o più precisamente ottagonale. Il progetto canoviano mantiene la struttura originaria della chiesuola antica, la sviluppa a sud con una nobile ed elegante rotonda (del diametro di 13 metri) e la completa con una facciata abbellita da un atrio di disegno semplice, chiuso esternamente da un peristilio di otto colonne ioniche che reggono il frontone triangolare, entro il quale figura un intonato chiaroscuro con il soggetto dell’Apparizione. Alla base del frontone, collocata sopra la porta d’ingresso, si legge la dedica Hic habitabo, quoniam elegi eam: “Abiterò qui, perché ho scelto questa dimora”. Sotto l’attico, ai lati dell’epigrafe dedicatoria, sono altri due chiaroscuri: Assuero con Ester ai piedi e Abigalle che presenta le vivande a Davide, che assieme all’Apparizione risultano disegnati dal Canova e realizzati dopo l’inaugurazione del 1809. Così si legge nella corrispondenza del Canova al Fantolin, quando lo scultore si dimostra talmente soddisfatto del suo disegno da accingersi poco dopo a costruire sullo stesso modello del Covolo il Tempio a Possagno: “Tu hai con te il modello di quella Chiesa rotonda lavorato mentr’eri qui. Ora devi fare di esso appunto un esatto scandaglio, e determinarne la spesa necessaria alla sua esecuzione… Vorrei poi che detta rotonda fosse ridotta alla sua maggiore semplicità e con ciò intenderei di sopprimere in quella fabbrica le stanze che la circondano [sagrestia e adiacenze del Covolo, che rompono l’armonia del disegno] e tutte le parti che possono lasciarsi indietro senza turbare o distruggere l’elegante e nobile suo carattere… L’esperienza da te avuta nell’edificazione della rotonda della Madonna del Covolo può esser molto giovevole per il modo di eseguire quest’altra colla maggior semplicità”.
Quindi l’esperienza compositiva ed artistica del Covolo pare così positiva da dover essere imitata senza alcun dubbio nella realizzazione del più grande edificio, che si sta per innalzare a Possagno. Nel 1844 è aperta l’attuale via carrozzabile di due chilometri in soli quaranta giorni di lavoro, per merito delle prestazioni gratuite dei lavoratori di trentaquattro paesi vicini. Prima della Grande Guerra, solenni e secolari castagni sono ancora in piedi e avvolgono la strada, intrecciando tra loro una lunghissima e pittoresca galleria. Nel 1845, di fronte all’ennesima frana dal costone superiore della montagna che travolge il piccolo coro e la sacrestia, i primi interventi sono sovvenzionati soprattutto dal vescovo Sartori Canova, fratello uterino dello scultore, che ha appena contribuito pure alle spese per la strada. Coro, altare e sacrestia sono di molto migliorate e soprattutto arricchite di marmi: le quattro statue originarie del Bernardi Torretto da Pagnano, travolte dal crollo, sono sostituite da quelle di S. Anna e S. Elisabetta, d’autore sconosciuto. Tra 1902 e 1905 si procede al rinnovamento basilare dell’intero edificio per iniziativa del rettore Pietro Prevedello e del parroco crespanese don Natale Vareton, su disegno degli ingegneri Zardo e Favero con cospicui contributi del Lascito Canova, erogati dall’esecutore testamentario Filippo Canal: fondamenta rinforzate, cupola restaurata, coro ampliato per aggiungere ulteriore capienza alla chiesa. L’interno è decorato, oltre che dai Misteri gaudiosi, dolorosi, gloriosi dipinti da Carlo Vendramin, dai numerosi affreschi del sacerdote Demetrio Alpago, con immagini dall’evidente funzione catechistica: sulla cupola della rotonda la Gloria di Angeli (e la decorazione a cassettoni); nel coro, dopo le quattro colonne ioniche che lo separano dalla rotonda, la Beata Vergine benedice Crespano, la Natività della Vergine – forse la sua opera più significativa – i simboli degli Ordini religiosi mariani, le decorazioni del soffitto, gli stemmi angolari (di papa Pio X°, della famiglia Canal, del vescovo Sartori Canova, del cardinale Callegari) e, infine, le statue di S. Giuseppe, S. Gioacchino, S. Zaccaria, S. Giovanni Battista. Dell’altare maggiore, originale della vecchia chiesuola, dopo il crollo del 1845 rimane solo la statua della Vergine, miracolosamente intatta, come riferiscono vecchie memorie. I confessionali del coro sono dello Zardo Fantolin. Tra il 1910 e il 1912 gli ultimi contributi che danno l’aspetto attuale all’interno: sono eretti i quattro altari della rotonda; delle loro quattro pale l’unica superstite al furto del 1976 è il Transito di San Giuseppe, opera di Stefano Serafin, il restauratore devoto dei gessi canoviani della Gipsoteca possagnese. Durante il primo conflitto mondiale, mentre il paese è bersaglio di cannoni e aeroplani nemici, il Santuario, coinvolto nelle operazioni belliche, è adibito a magazzino di munizioni, attorniato da altri depositi e teleferiche e dal passaggio incessante di truppe; di seguito, sgomberato, dal gennaio del 1918 serve da infermeria per i feriti che scendono dal Grappa. All’innalzamento del campanile, progettato dall’architetto Fausto Scudo nel 1937, contribuisce una fiumana di uomini e donne del paese, che a passamano trasporta i mattoni fino al Santuario.
Dal Santuario è possibile raggiungere la sorgente Tre Busi, luogo di apparizione della Madonna che fece sgorgare l’acqua dalla roccia.
Il sito è facilmente raggiungibile a piedi, ma si consigliano scarpe comode.